Molestie sul lavoro, consenso e sottomissione: quando gli atti e gli accordi sono nulli


Profili pratici e operativi della teoria della sottomissione

Quando il consenso della vittima non è davvero libero?
È possibile annullare accordi, rinunce o provvedimenti adottati in un contesto di molestie sul lavoro?

La risposta arriva dall’interpretazione evolutiva dell’art. 26, comma 3, del Codice delle pari opportunità, che introduce nel diritto del lavoro la categoria giuridica della sottomissione: una condizione di soggezione che altera la libertà di autodeterminazione della vittima e rende giuridicamente irrilevante il consenso apparente.

Nella terza parte del contributo dedicato al tema pubblicato su Diritto e Giustizia, l’Avv. Domenico Tambasco analizza le conseguenze operative di questa categoria giuridica, mostrando come essa incida concretamente su processi, strategie difensive e modelli organizzativi aziendali.

Cos’è la sottomissione nel diritto del lavoro

La sottomissione rappresenta una condizione strutturale di soggezione che si verifica quando una lavoratrice o un lavoratore, esposti a molestie di genere o sessuali, si trovano privi di alternative realistiche e sono indotti a:

  • tollerare comportamenti molesti
  • accettare situazioni indesiderate
  • rinunciare a diritti
  • aderire a decisioni o accordi sfavorevoli

In tali contesti il consenso non esprime una scelta autentica, ma è il prodotto di pressioni psicologiche, economiche o relazionali che comprimono la libertà della vittima.

Quando gli atti e i patti diventano nulli

L’art. 26, comma 3, del Codice delle pari opportunità stabilisce che sono nulli gli atti, i patti e i provvedimenti adottati in conseguenza della sottomissione alle molestie.

In concreto, la nullità può riguardare:

  • rinunce e transazioni sottoscritte dalla vittima
  • accordi contrattuali squilibrati o imposti dal contesto di potere
  • accettazione tacita di comportamenti molesti
  • mancato esercizio di diritti dovuto alla pressione ambientale
  • provvedimenti disciplinari o organizzativi derivanti dal rifiuto delle avances

Questi atti rappresentano il “prodotto tossico” di ambienti lavorativi molesti e stressogeni, e possono essere rimossi dall’ordinamento attraverso la declaratoria di nullità.

La prova in giudizio: cosa deve dimostrare la vittima

Per far valere la nullità degli atti è fondamentale una corretta strategia processuale.

La parte ricorrente deve allegare:

  1. Il contesto ambientale molesto
  2. La condizione di sottomissione
  3. Il nesso causale tra sottomissione e atto o patto contestato

Grazie al regime probatorio attenuato previsto dalla normativa antidiscriminatoria, una volta raggiunta una soglia minima di prova (anche in via indiziaria), l’onere probatorio si sposta sul datore di lavoro o sull’autore delle molestie, che devono dimostrare l’inesistenza della discriminazione o della soggezione.

Il ruolo del giudice e delle Consigliere di parità

La tutela non dipende solo dall’iniziativa della vittima.

Nel sistema delineato dal Codice delle pari opportunità:

  • il giudice può rilevare d’ufficio la nullità degli atti
  • le Consigliere di parità possono promuovere azioni giudiziarie
  • è possibile impugnare anche conciliazioni sottoscritte in sede protetta se derivano da una condizione di sottomissione

Ciò rafforza la tutela sostanziale della dignità della persona nel lavoro.

Le conseguenze per le aziende: compliance e responsabilità organizzativa

La categoria della sottomissione non ha solo rilievo processuale.
Essa impone anche un ripensamento delle politiche aziendali di prevenzione.

Le imprese devono integrare il tema delle molestie e delle dinamiche di dominio nei principali strumenti di compliance:

1. Modelli organizzativi 231

I codici etici devono riconoscere la sottomissione come rischio organizzativo.

2. Documento di valutazione dei rischi (DVR)

La valutazione dello stress lavoro-correlato deve includere le situazioni di vulnerabilità relazionale.

3. Politiche di parità e formazione

I datori di lavoro sono tenuti a promuovere relazioni interpersonali fondate su rispetto e uguaglianza, in attuazione dell’art. 2087 c.c.

L’integrazione tra DVR, Modelli 231 e politiche antidiscriminatorie diventa quindi essenziale per prevenire contesti di dominio e responsabilità datoriali.

Un cambio di paradigma nel diritto del lavoro

La categoria della sottomissione segna un passaggio decisivo:
il diritto del lavoro non si limita più a verificare la validità formale degli atti, ma considera il contesto relazionale e di potere in cui la volontà si forma.

Ciò consente di contrastare in modo più efficace:

  • molestie di genere e sessuali
  • ricatti professionali
  • dinamiche di dominio nei luoghi di lavoro

In questa prospettiva, la sottomissione diventa uno strumento giuridico per dare attuazione concreta al principio costituzionale di tutela della dignità della persona nel lavoro.